I capricci dei bambini sono fastidiosi. I genitori alle prese con i primi no, i primi sconti e le prime sfide conflittuali sono spesso insofferenti e focalizzati sul trovare una soluzione, cercando di soffocare questo lato “ribelle” dei bambini. Ma se la chiave di volta fosse comprendere il capriccio piuttosto che reprimere il proprio figlio?

Perché i bambini fanno i capricci?

Molto spesso, i bambini iniziano a fare i capricci attorno ai 18 mesi. È proprio in questa fase che i più piccoli cominciano a voler affermare la propria individualità, arrivando facilmente a scontrarsi con i genitori.

Si comincia con i primi “no” a mamma e papà, una condizione certamente fastidiosa, ma parte integrante del processo di crescita. Il no serve infatti a prendere le distanze dai genitori per “auto-affermare” il proprio volere, che a quell’età coincide anche con l’identità del bambino.

Non è l’unico esempio di quello che abitualmente chiamiamo “capriccio”.

Insieme ai primi no, molto spesso arrivano le crisi di rabbia.

Per noi adulti è difficile capire cosa ci sia da arrabbiarsi in un’età così serena. Quello che non sappiamo (o che forse non ricordiamo) è che a un certo punto, durante la crescita, la spinta all’autonomia si scontra con i limiti della realtà; confini che non sono solo quelli imposti dai genitori, ma quelli imposti dalla vita.

Il conflitto tra quello che il bambino vorrebbe fare (o essere) e la realtà crea una tensione molto forte; uno scontro emotivo che disorienta il bambino, che non è ancora in possesso degli strumenti giusti per gestirlo.

È il motivo per cui il capriccio non è mai davvero un capriccio, quanto piuttosto una crisi interiore, che il genitore deve prima di tutto capire, accettare e poi accompagnare.

Primi capricci: l’importanza della comprensione

I capricci sono una fase inevitabile. Per un genitore possono essere stressanti, ma per il bambino rappresentano spesso una vera conquista.

Questa tappa non deve essere ostacolata, repressa e nemmeno punita: come abbiamo detto, è in questa fase che il bambino scopre per la prima volta di essere un individuo con una precisa volontà e con i propri limiti, ovvero qualcosa di diverso e separato da mamma e papà.

Reprimere i capricci significa soffocare l’autodeterminazione del bambino. Ecco perché i genitori devono mettere in campo l’arte della pazienza… ma soprattutto quella della comprensione.

Ma attenzione, perché comprendere non significa assecondare. Il genitore deve essere consapevole delle emozioni che sta vivendo il bambino e porsi come una guida stabile e affidabile per accompagnare il proprio figlio in questa fase delicata.

Il rispecchiamento emotivo per aiutare i bambini

Per supportare i propri figli quando arriva la fase dei capricci, l’adulto deve prima di tutto offrire un sostegno affettivo al bambino. Una buona soluzione potrebbe essere il cosiddetto rispecchiamento emotivo.

“Rispecchiare” significa aiutare il bambino a dare un nome all’emozione e a riconoscerla.

Se ad esempio il bambino inizia ad arrabbiarsi perché vuole continuare a giocare invece di andare a dormire, l’adulto deve intervenire con calma.

Alzare la voce e sgridare sortirebbe l’effetto contrario: spiegare la situazione aiuta invece il bambino ad acquisire piano piano gli strumenti e il “vocabolario” per autoregolarsi.

Dicendo un semplice “Lo so che sei arrabbiato perché vuoi ancora giocare, ma adesso è ora di dormire“, il genitore aiuta il bambino a collegare quello che sente dentro di sé a una parola, dando forma a qualcosa che nella sua mente è ancora molto confuso.

In questo modo, gli si fa capire non solo che lo stiamo ascoltando, ma che comprendiamo esattamente come si sente. Ciò trasmette sicurezza al bambino e, lentamente, lo aiuta anche a riconoscere le emozioni e, un domani, a controllarle.

L’aiuto di un pedagogista, in questo caso, può essere utile a promuovere questo cambiamento, aiutando gli adulti ad affrontare le sfide della genitorialità e a migliorare la relazione con il proprio figlio.

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